Solo poche settimane fa le aziende si stavano preparando intensamente alla stagione delle assemblee generali e, con essa, ad alcune domande rigorose da parte degli azionisti sulle proprie performance ambientali, sociali e di governance (ESG). Sul fronte sociale, erano destinate a occupare un posto di primo piano le preoccupazioni degli investitori sulla diversità di genere nei consigli di amministrazione e sulle retribuzioni e pensioni dei dirigenti, mentre le proposte ambientali riguardavano soprattutto gli sforzi delle aziende per contrastare il cambiamento climatico e fissare obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio, sulla scia di impegni più ampi per onorare l'Accordo di Parigi del 2015.
L'arrivo della pandemia di COVID-19 a marzo ha però proiettato le imprese in acque inesplorate. Molte hanno dovuto tagliare posti di lavoro o rischiano addirittura il fallimento. Altre hanno collocato il personale in cassa integrazione (furlough) e riconfigurato rapidamente le proprie catene di fornitura, cercando al contempo di tutelare la salute dei lavoratori in prima linea o di introdurre nuove modalità di lavoro da remoto.
In pochi anni l'ESG, in quanto forza non di mercato, ha assunto un ruolo di crescente rilievo nell'agenda di investitori e aziende; e mentre alcuni prevedevano che la pandemia di COVID-19 avrebbe potuto frenarne lo slancio, le ultime settimane hanno dimostrato il contrario. Per superare questa crisi e onorare le proprie responsabilità sociali, le aziende hanno dovuto concentrare ancora di più l'attenzione sui fattori ESG.
Le imprese non solo hanno dovuto adattarsi rapidamente, ma hanno anche dovuto far fronte a livelli senza precedenti di scrutinio pubblico sul modo in cui stanno mitigando gli effetti negativi della pandemia, in particolare su dipendenti, collaboratori, clienti e fornitori.